giovedì 12 novembre 2009

Il mediatore culturale: utile figura professionale, mero traduttore o rassegnato badante?

In una seguita rivista scolastica dal titolo Nuova secondaria della casa editrice La Scuola, nell’opuscolo del 15 ottobre 2009 anno XXVII, compare un articolo alquanto interessante non solo per l’argomento, ma anche per la sua autrice. Quest’ultima si chiama Lourdes Velazquez ed il titolo dell’articolo è il seguente: “Una nuova figura professionale?”. Dicevo che in questo articolo è fondamentale considerare l’esperienza dell’autrice che è una mediatrice culturale. Intendo sottolineare il genere femminile del sostantivo mediatrice dato che questo è un ruolo che sempre più frequentemente ricoprono le donne. Cerchiamo di commentare le affermazioni salienti del suo articolo. L’autrice esordisce riconoscendo, giustamente, un merito all’Italia in materia di accoglienza verso gli stranieri: la creazione della figura del mediatore culturale. Non possiamo che concordare in quanto l’Italia, pur considerando la presenza di proposte politiche ed educative a volte molto discutibili, si è sempre distinta per la considerazione della necessità di una figura quale quella del mediatore culturale che, essendo di cultura diversa da quella italiana, ma inserito linguisticamente e culturalmente nel nostro Paese, possa aiutare gli immigrati della sua area culturale ad inserirsi in modo proficuo nella società italiana. L’autrice ci ricorda, giustamente, la necessità di non limitarci al concetto di inserimento. Il mediatore culturale, d’altronde, viene visto, nella realtà delle cose, come colui che aiuta i figli degli immigrati nell’inserimento a scuola e diventa, come lo definisce la Velazquez, una sorta di collaboratore scolastico che, in alcuni casi, può rischiare di essere confuso con l’insegnante di sostegno. Il problema sottolineato nell’articolo è molto serio e dobbiamo cercare di capire il perché di queste affermazioni. Aiutare un discente nel suo inserimento a scuola, se vogliamo ragionare in termini scientifici e non meramente demagogici, concerne quelle strategie relative alla fase d’accoglienza. Sappiamo bene, tuttavia, che è scientificamente e professionalmente poco serio limitarsi all’inserimento ed alle attività relative al cosiddetto “pronto soccorso linguistico”, misconoscendo i reali bisogni dell’apprendente. Questo comporta che la figura del mediatore culturale debba essere quanto meno più definita di come appare adesso e che debba avere delle mansioni specifiche di cui discuteremo fra poco. Per affrontare questa spinosa questione possiamo avvalerci dell’esperienza dell’autrice dell’articolo in questione. Ella afferma che un mediatore culturale che entra in una scuola italiana prova certamente molto disagio e, se possiamo definirla così, una certa “ansia da ruolo”. Quest’ansia è legata al fatto che il mediatore viene incaricato per seguire l’alunno nell’apprendimento dei contenuti dell’insegnante sedendo accanto al discente. Abituato a cercare dei riscontri oggettivi per tutte le cose che leggo mi chiedo: che significa seguire l’alunno nell’apprendimento sedendogli accanto? Il mediatore culturale, in questo modo, si riduce a tradurre pedissequamente le parole del docente che spiega, ma si pretende da egli un’azione volta a favorire la socializzazione dell’alunno. Il tutto in venti ore da distribuire in due giorni alla settimana. Dobbiamo considerare però, come ci ricorda Lourdes Velazquez, che spesso gli insegnanti ritengono che la presenza del mediatore in classe disturbi l’attenzione degli alunni. Il mediatore, di conseguenza, è molte volte costretto  ad uscire con l’alunno per “cercare di insegnargli qualcosa”. Devo, a questo punto, pormi un’inquietante domanda: cosa insegna il mediatore? Rischiamo, dunque, di onerare queste utili figure anche di incarichi che non possono e non devono ricoprire. Per l’insegnamento delle lingue la scuola ha bisogno della presenza di facilitatori linguistici che possano, grazie alla loro esperienza ed ai loro studi specifici, selezionare le tecniche glottodidattiche più adeguate ad un determinato contesto di apprendimento. La facilitazione dovrebbe riguardare, comunque, tutte le materie, perché non possiamo assolutamente sottovalutare il problema legato all’apprendimento di una lingua di studio. L’autrice, nel riferire la sua esperienza, ci dice anche che una volta ha dovuto assistere una donna che doveva dare alla luce un bambino! Non si può concepire il mediatore come un semplice volontario ricco di voglia di fare, in quanto l’abilità della mediazione richiede studi specifici che servano a sviluppare, nel mediatore, capacità di riflessione e confronto per potersi porre come figura- ponte tra diversi sistemi vitali e cognitivi. Ritengo, in conclusione, che esperienze come questa dimostrino quanto la figura del mediatore culturale sia fondamentale, ma potremo godere dell’efficacia di tale ruolo solo se il mediatore potrà possedere una professionalità che gli è propria da spendere in contesti più efficienti con interventi più lunghi e non imbrigliati dall’ansia di risparmio che purtroppo caratterizza, oggi, la scuola italiana.
  
di Giuseppe Interlandi   

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